Rassegna stampa

Speciale Unitag sulla tracciabilità: se tutto il denaro fosse digitale?

By 5 Dicembre 2011Dicembre 8th, 2011No Comments

Marco Calvo, amministratore della E-text, intervistato da Effa Baffoni, de L’Unità.

In tempi ormai digitali e alla ricerca della tracciabilità dei pagamenti. Poiché i pagamenti elettronici non sono più un tabù, è possibile ipotizzarne una loro diffusione maggiore? Tavola rotonda di Unitag con Carlo Infante, esperto di mediaperfoming, Gianluca Fantinuoli (presidente Asso Csp, Containt Service Providers), Marco Calvo (Liber Liber e Stati generali dell’innovazione), Ella Baffoni e Giuseppe Rizzo dell’Unità.

L’innovazione cambia la vita, inizia Carlo Infante, la migliora, può renderla più semplice e persino evitare l’evasione fiscale. In uno dei campi più antichi, il commercio: le transazioni si fanno dagli albori della civiltà. È possibile che anche in questo campo siano i telefonini, i mobile, a farci fare il salto di qualità? Risponde Marco Calvo: «I micropagamenti sono transazioni elettroniche di piccola entità. Ormai ci si è abituati ai pagamenti con carta di credito, e anche il bonifico online non è più un mistero. Il nostro auspicio è che ci siano anche altri strumenti di pagamento a basso costo; il costo, infatti, oggi è elevato tanto da raggiungere e superare un euro. Ma finché è alto il prezzo, fare micropagamenti non conviene».

Perché, chiede Infante, costa il contante? «E’ soggetto a usura, le banconote vanno sostituite, le monete si perdono. Se mettessimo in fila tutte le monete, farebbero tre o quattro volte il giro della terra. C’è un impatto ambientale, un costo in materia prima e in lavorazione, in dispendio di energie… il costo del contante non si vede ma c’è». E con i micropagamenti si risparmierebbe? «Si risparmierebbe, certo – risponde Calvo -. Mandare una lettera costa, il francobollo, la carta… una mail non costa nulla. Per ora però il pagamento elettronico non è così conveniente perché non è liberalizzato. La nostra speranza è che molti premano per una liberalizzazione del settore: allora i costi potrebbero essere bassissimi».

È di questo appunto che si occupa Liber Liber, che è un’associazione culturale. Cosa pensa, chiede Infante, dei micropagamenti un’associazione di categoria come Asso Csp? A rispondere è il presidente, Gianluca Fantinuoli, collegato via skype: «Da una decina di anni siamo sul mercato, e ci occupiamo prevalentemente di contenuti multimediali per intrattenimento o news su cellulari in accordo con i gestori telefonici. Nell’ultimo anno abbiamo gestito transazioni, anche piccolissime, con un totale di 18 milioni di utenti su un totale di 47 milioni di padroni di cellulare. Abbiamo una grande esperienza tecnologica in micropagamenti, e quelli online sono meno facili da proteggere che non quelli da cellulare. Il telefonino si presta ai micropagamenti: ormai tutti siamo abituati a usarlo, fare un sms è gesto usuale a moltissimi. Si è calcolato che un utente controlla quattro volte all’ora il telefonino, ma solo due volte il portafoglio e una volta a settimana la carta di credito che c’è dentro. Insomma, siamo pronti».

Le sim sono collegate a un documento di identità. Quali sono i possibili abusi? «È vero, in passato ci sono state disattenzioni, ma ora è più difficile accedere a sim “facili”. Toccherebbe agli operatori telefonici controllare». Qualche tempo fa a Roma era possibile pagare il biglietto del parcheggio o dell’autobus per telefono. Come è finita? «Bastava – spiega Fantinuoli – fare uno squillo a un telefono che non rispondeva, e dunque non aveva nemmeno il costo dell’sms, ma attivava il parcheggio. Poi hanno improvvisamente sospeso il servizio». Lo so bene, racconta Infante: «Io mi ero abbonato. L’Atac è stata la prima azienda a proporre di pagare il biglietto per telefono. Ma qualche mese fa hanno sospeso il servizio senza nemmeno avvisare gli abbonati: io mi sono trovato in difficoltà. Una defaillance che scoraggia: quanto danno provocano le sperimentazioni che non vengono messe a sistema?».

Troppe sperimentazioni aumentano la confusione, risponde Fantinuoli: «Oltre all’Atac lo ha fatto anche l’Atm di Milano e anche a Torino ci sono stati esperimenti del genere. Per lo più si crea un conto virtuale che attinge alla carta di credito. Noi proponiamo invece di pescare nel conto telefonico. Guardate il mondo del fund raising: con un sms si dona qualche euro a società non profit. Un’azione semplice che arriva direttamente. Perché non potrebbe funzionare anche con le aziende di servizio pubblico, per i ticket sanitari, i biglietti del treno… fino ad arrivare ai distributori di bibite. Funzionerebbe persino per i telefoni aziendali. Tutte le aziende telefoniche stanno ragionando su sim dal doppio borsellino, una sorta di tasca virtuale dove infilare soldi elettronici». E le altre forme di micropagamenti? «Le modalità di pagamento sono numerose, le difficoltà tecniche si superano – sostiene Calvo -. Gli ostacoli, però, sono di tipo corporativo e legislativo. Ci sono alcune norme che vietano o rallentano i cambiamenti che ci renderebbero più facile la vita. Gli alti costi bancari sono, ad esempio, protetti da norme inique e omissioni. Colpa della classe politica, che consente sopravvivano regole che bloccano il mercato. La seconda questione è organizzativa: bisogna che tutti gli operatori possano interagire. Non vi pare curioso che lo Stato abbia il potere di battere moneta, ma poi si tiene fuori dai pagamenti elettronici? Bisogna che siano strumenti integrabili, e non solo a livello nazionale ma internazionale».

I sistemi sono tanti, spiega Infante: dallo square (in cui l’altoparlante legge la striscia della carta di credito) al Fnc che rende possibile la comunicazione tra un chip e una trasmittente radio. Come il telepass, che però usa onde pesanti. Per Fantinuoli «tutte le chiavette per i distributori sono Fnc, un chip attiva la macchina del caffè. Potrebbe funzionare anche con il giornale, ma il problema è che i lettori dovrebbero essere in dotazione a tutti i baristi e i giornalai. Se si rimuove la resistenza, anche culturale, dei commercianti e dei gruppi bancari, la soluzione tecnologica ottimale poi si trova». Altre soluzioni sono quelle che abbinano alle carte di credito e ai conti correnti un conto virtuale da cui attingere con un pin o con sms.

«Ma restano resistenze e difficoltà – dice Calvo – eppure i sistemi sono molteplici, più sicuri e comodi del portafoglio. Per esempio quelli biometrici: l’impronta digitale, la pupilla, il battito cardiaco. E la politica non fa nulla. Sta avvenendo in questo campo quel che hanno tentato multinazionali come Apple o Microsoft con i sistemi di navigazione, usati per condizionare la concorrenza. Anche nei micropagamenti ci deve essere uno standard aperto e usabile da tutti». «Non nascondiamoci che c’è anche una forte paura per la perdita di privacy – continua Calvo – si pensa che una volta messo a sistema, i micropagamenti rendano tracciabili consumi e gusti, azioni e spostamenti. Quel che molti non sanno è che questa tracciabilità c’è già ora, se si ha accesso a celle telefoniche, rifiuti, pagamenti elettronici. Quando compro un alcolico devo esibire un documento per dimostrare di essere maggiorenne. Ma in quel documento non c’è solo la data di nascita, ma anche il nome e l’indirizzo. Un chip invece dà solo le informazioni necessarie: la preoccupazione dei consumatori è legittima ma da almeno 20 anni la prima garanzia per tutti è la trasparenza». Carlo Infante tira le fila: bisogna trasformare i sistemi straordinari in sistemi ordinari. La tecnologia può rende la vita più facile e consentirebbe di rimettere l’Italia in pista, avanguardia di innovazione. Del resto, il governo non sta pensando di rendere tracciabili tutti i pagamenti superiori ai 300 euro? E come fare se non con il pagamento elettronico?

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